Il gioco: una faccenda molto seria

A cura della psicologa Dott.ssa Antonella Sagone

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Tempo di lettura 4 min

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Il gioco è qualcosa di estremamente serio per i bambini.

Il gioco per i bambini è un modo per rappresentare le proprie esperienze quotidiane con una metafora. L’adulto se vuole giocare con il bambino, deve però rispettare le regole del bambino, il padrone di casa del gioco

 Il motto “è solo un gioco” non vale per i bambini: il gioco è una faccenda estremamente seria. Nello spazio del gioco il bambino sviluppa pienamente la sua personalità e si allena in tutte le aree della sua esistenza: la sfera cognitiva, emotiva, motoria e relazionale.

Il gioco inizia prestissimo nella vita del bambino, si potrebbe dire fin dai primi giorni di vita. Lasciare e riprendere il seno materno, stringere la mano della mamma mentre la guarda è già un primo abbozzo di gioco. Seguiranno i giochi condotti dall’adulto e poi inizierà la fase avventurosa della sperimentazione, con la manipolazione degli oggetti, il movimento, la rappresentazione attraverso bambole, pupazzi o burattini.

 Ma il cambiamento più rilevante avviene proprio intorno al terzo anno di vita. Prima è più facile che i bambini piccoli compiano un “gioco parallelo”, cioè facciano lo stesso gioco, per imitazione, uno accanto all’altro, piuttosto che un vero e proprio gioco interattivo; ma verso il terzo anno cominciano a cooperare fra loro in un vero gruppo di gioco, all’interno del quale si elaborano regole condivise. Inizia anche l’era del gioco simulato, che rappresenta una storia, una metafora delle proprie esperienze quotidiane o, sempre più spesso, di quanto il bambino vede dalla televisione.

 “Noi eravamo poliziotti e tu eri il ladro”. Questo uso speciale dell’imperfetto, che appartiene anche al mondo della fiaba e del mito, segna l’uscita dal mondo della realtà presente e l’ingresso nella dimensione magica del gioco. Per il bambino questa dimensione è reale quanto quella quotidiana: anche se è consapevole di stare giocando, il tavolino capovolto solca davvero gli oceani e se un’onda immaginaria sommerge la nave il bambino davvero si sente tutto bagnato e deve correre ad asciugarsi con un altrettanto immaginario asciugamano.

 Nello spazio del gioco possono venire realizzate le fantasie più ambiziose: è il mondo della possibilità, di cui il bambino, che nella realtà è estremamente limitato sia nelle sue capacità fisiche che nei limiti imposti dal mondo degli adulti, ha un bisogno vitale, per potersi proiettare nel mondo ed elaborare quelle abilità che poi gli serviranno davvero nella vita reale. E in questa dimensione magica il bambino può anche creare uno spazio emotivo protetto, nel quale anche le emozioni forti o quelle “cattive” possono venire espresse senza venire in alcun modo giudicati. Si può morire, uccidere, perdersi nel deserto, lottare, sperimentare tutti i ruoli, quello del vincente e quello del perdente, cambiare posizione nel gioco delle parti (da figlio a genitore, da alunno a maestro), sperimentando reazioni e strategie diverse, ed elaborando la propria competenza emotiva in una condizione di sicurezza.

L’adulto può giocare con il bambino? Sì, ma in questo spazio magico può entrare solo in punta di piedi, con rispetto, come un ospite, accettando le regole dettate dal vero padrone di questo spazio: la fantasia del bambino.

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